La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 1 settembre 2015

Il peso di una cultura solo d’opposizione

di Dimitri Deliolanes
Con la con­clu­sione della con­fe­renza nazio­nale dei qua­dri diri­genti, dome­nica scorsa, si è con­clusa la lunga e dolo­rosa mar­cia di Syriza verso la scis­sione. Il par­tito a cui si è rivolto Ale­xis Tsi­pras è un par­tito molto diverso da quello che ha vinto le ele­zioni di gen­naio. La tra­sfor­ma­zione defi­ni­tiva sarà san­cita dal con­gresso che si terrà dopo le ele­zioni e dal risul­tato elet­to­rale dipen­derà anche il futuro della sini­stra greca.
Dome­nica Tsi­pras si è sca­gliato con­tro i media greci che «hanno tra­smesso l’immagine di un par­tito in via di disgre­ga­zione, inca­pace di con­durre un’efficace bat­ta­glia elet­to­rale». La verità, per l’ex pre­mier, è com­ple­ta­mente diversa: «Siamo in piedi e con­ti­nue­remo a dare dura bat­ta­glia con­tro il vec­chio sistema poli­tico che ha pro­vo­cato la crisi».

Chissà se è vero. Syriza ha dovuto fare i conti con la sua anima mas­si­ma­li­sta con grande ritardo.
L’equivoco sulla per­ma­nenza o no del paese nell’eurozona era emerso già alla ele­zioni del 2012 ma di fronte alla pro­spet­tiva di una vit­to­ria elet­to­rale si è pen­sato che era più sag­gio nascon­derlo sotto il tap­petto. E non solo. Anche durante il breve periodo di governo, Tsi­pras si è accorto che le sol­le­ci­ta­zioni più serie verso una poli­tica di governo non veni­vano dal suo par­tito ma dai «tec­nici» di area, con pochis­sime eccezioni.
In pra­tica, i mini­stri di Syriza sono stati capaci di rac­co­gliere solo le richie­ste più ecla­tanti degli strati popo­lari e a tra­durle in leggi: i prov­ve­di­menti per le fami­glie senza red­dito e la rateiz­za­zione di tutti i debiti verso il fisco e le casse pen­sio­ni­sti­che. Per il resto, zero: né uno stu­dio sulle tasse agli arma­tori, né un piano sulla riforma della pub­blica ammi­ni­stra­zione, né una gestione almeno essen­ziale dei flussi migra­tori. Se Syriza avesse mostrato mag­giore capa­cità di governo, forse anche il fal­li­mento dei nego­ziati con i cre­di­tori avrebbe avuto un signi­fi­cato poli­tico diverso.
Ora Tsi­pras cerca di recu­pe­rare pro­prio sul ter­reno della riforma interna: dome­nica ha decli­nato l’accezione del peri­colo di ritorno del «vec­chio regime» in tutti i modi. Un mese fa avrebbe con­vinto senza grande sforzo mol­ti­tu­dini anche mag­giori rispetto al 37% di gen­naio. Ora la dura pole­mica tra gli ex com­pa­gni si aggiunge alla evi­dente pochezza poli­tica e pro­gram­ma­tica del suo par­tito. Ancora una volta Tsi­pras si trova da solo a dare bat­ta­glia, seguito a distanza da un par­tito lento, con­fuso ma soprat­tutto imba­raz­zato nel difen­dere un brutto accordo.
Il lea­der di Syriza deve recu­pe­rare la fuga di elet­tori da sini­stra, che non sarà supe­riore al vec­chio 4% otte­nuto da Syriza nel periodo pre-crisi. Ma deve fare uno sforzo anche mag­giore per recu­pe­rare elet­tori da destra, coloro che ave­vano votato per la prima volta la sini­stra e che ora sono delusi e ten­tati di tor­nare ai vec­chi par­titi di pro­ve­nienza, spe­cial­mente verso Nuova Democrazia.
In sostanza Tsi­pras deve dare la bat­ta­glia della «sini­stra di governo» com­bat­tendo su tutti i fronti. Con l’aggravante della memo­ria molto viva della para­bola seguita nei decenni pre­ce­denti dal Pasok, da par­tito popo­lare e «rivo­lu­zio­na­rio» del cari­sma­tico Andreas Papan­dreou a par­tito libe­ri­sta. Un pre­ce­dente molto discusso in Gre­cia in que­sti giorni, anche a spro­po­sito: i lea­der socia­li­sti hanno abbrac­ciato il libe­ri­smo, Tsi­pras è stato costretto a fare un passo indie­tro ma non certo non è un liberista.
La scom­messa di Tsi­pras è estre­ma­nete rischiosa. Se non riu­scirà a otte­nere la mag­gio­ranza asso­luta di 151 depu­tati e se, come dicono alcuni son­daggi, il par­tito alleato dei Greci Indi­pen­denti non riu­scirà a supe­rare la soglia del 3% per entrare in Par­la­mento, allora anche l’ipotesi di una sini­stra di governo subirà una cocente scon­fitta. Tsi­pras sarà costretto ad allearsi con qual­che par­tito pro-austerità e il primo can­di­dato è già da tempo il par­tito to Potami («Il Fiume») del per­so­nag­gio tele­vi­sivo Sta­vros Theo­do­ra­kis. To Potami, lo sap­piamo, è una crea­tura dell’emittente Tv pri­vata Mega, appar­te­nente al mag­giore appal­ta­tore del paese e gode, non a caso, di grandi sim­pa­tie tra la social­de­mo­cra­zia euro­pea. A Bru­xel­les l’inclusione di Theo­do­ra­kis nella cola­zione di governo costi­tui­sce una garan­zia per l’applicazione dell misure di austerità.
Per Tsi­pras invece un’alleanza del genere costi­tuirà un potente freno verso qual­siasi poli­tica di riforma interna nel senso di una più equa distri­bu­zione del peso della crisi.

Fonte: il manifesto

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