La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 1 settembre 2015

La mitologia delle Start up e l’innovazione messa al mercato

di Massimo Citarella
Le tra­sfor­ma­zioni poli­ti­che, eco­no­mi­che, sociali e soprat­tutto gli effetti di una crisi che sem­bra senza fine ha spinto le imprese a cer­care di svi­lup­pare nuovi pro­dotti inno­va­tivi e eco­lo­gi­ca­mente com­pa­ti­bili. Allo stesso tempo, sono «fio­rite» mol­tis­sime pic­cole imprese come solu­zione a una disoc­cu­pa­zione di massa. In un recente rap­porto della Union­Ca­mere - L’identikit dello star­tup­per — viene quan­ti­fi­cato il numero delle star­tup made in Italy: 3.850 unità ope­ranti, con un incre­mento di 650 in più rispetto alla fine del 2014. La pos­si­bi­lità di poter inven­tare o rein­ven­tare la pro­pria vita lavo­ra­tiva a 30, 40, 50 o addi­rit­tura a 60 anni è visto come una chance per miglio­rare a com­pe­ti­ti­vità del «sistema Ita­lia». Que­sto si augura il rap­porto dell’UnionCamere. Certo, le sue sono con­clu­sioni par­ti­giane, che pri­vi­le­giano cioè l’analisi del «fare impresa»: sono infatti omesse la dif­fi­coltà delle start up di garan­tire red­diti digni­tosi (altri ana­li­sti par­lano di un vero e pro­prio «auto­sfrut­ta­mento», quando par­lano di chi lavora in una start up).

In ogni caso le start up sono viste come la solu­zione per atti­vare un cir­colo vir­tuoso tra atti­vità impren­di­to­riale e atti­vità di ricerca che evi­te­rebbe a molti gio­vani di vedere rico­no­sciuti fuori dai con­fini nazio­nali le pro­prie richie­ste di bre­vetto o di finan­zia­menti alle loro idee di pro­dotto.
A soste­gno di que­sta con­vin­zione viene ricor­dato che il «Decreto Cre­scita 2.0» varato dal Mini­stero dello Svi­luppo Eco­no­mico ha per­messo agli «incu­ba­tori» e «acce­le­ra­tori» d’impresa di poter rice­vere un sup­porto isti­tu­zio­nale e una serie di finan­zia­menti garan­titi dalla Banca Cen­trale Euro­pea. I set­tori che regi­strano un incre­mento sono nella pro­du­zione di soft­ware, nei ser­vizi legati all’Ict (Infor­ma­tion and Com­mu­ni­ca­tion Tech­no­logy) e di inge­gne­ria infor­ma­tica e dell’area scien­ti­fica rap­pre­sen­tano il 73% delle start up , il 4% di esse sono legate al com­mer­cio. Scarna è la loro pre­senza nel turi­smo e nell’agricoltura.
Capi­ta­li­sti di ventura
In ita­lia la distri­bu­zione geo­gra­fica delle star­tup è diviso in modo non omo­ge­neo. La parte del leone la fa il Nord, con il 31% del totale — la Lom­bar­dia regi­stra 842 start up, l’Emilia Roma­gna 463 -; al Cen­tro è la Regione Lazio che rag­giunge la terza posi­zione con 318 nuove imprese. Al Sud è la Cam­pa­nia che si asse­sta al quinto posto con 225. In gene­rale hanno con­se­guito un fat­tu­rato che non supera i 50mila euro. A que­sta fra­gi­lità va asso­ciata Inol­tre l’elevata pro­pen­sione al reclu­ta­mento di inve­sti­menti diventa un pro­cesso fon­da­men­tale per chi è impe­gnato in que­ste nuove idee di busi­ness nella fase ini­ziale, di pro­get­ta­zione fino ad arri­vare alla rea­liz­za­zione effet­tiva: gli incu­ba­tori d’impresa.
In Ita­lia i casi di suc­cesso sono rap­pre­sen­tati da esempi come Digi­tal Magics, lea­der indi­scusso del set­tore; nasce nel 2004 a Milano; è un ven­ture incu­ba­tor che finan­zia inve­sti­menti con un capi­tale di 10 milioni di euro nel set­tore digi­tale, della finan­cial tech, dell’advertising delle tec­no­lo­gie e per i brand sul turi­smo. Ha dato vita a quasi 50 star­tup e più di 300 posti di lavoro. Un’altro acce­le­ra­tore d’impresa molto impor­tante in Ita­lia si chiama H-Farm con sede a Tre­viso. Dal 2005 si è occu­pata di nuove star­tup nei set­tori web, digi­tal e new media, ha inve­stito più di 18 milioni di euro per lan­ciare quasi 70 nuove imprese fino ad oggi.
I punti di forza di realtà come que­ste sono date dalla col­la­bo­ra­zione tra cen­tri di ricerca e il mondo impren­di­to­riale capace di met­tere in rela­zione diverse realtà per esi­genze diver­si­fi­cate. Ad esem­pio H-Farm fa parte della «Alliance Star­tup» una col­la­bo­ra­zione tra tre prin­ci­pali «acce­le­ra­tori» ita­liani, Nana­bianca e Boox che si uni­scono per con­di­vi­dere la cono­scenza e gli stru­menti utili allo svi­luppo di imprese di suc­cesso. Al pari di quanto avviene fuori l’Italia, l’accento è posto sulla «risorsa umana» come fonte pri­ma­ria del pro­cesso d’innovazione. In que­sta cor­nice, anche le uni­ver­sità hanno pro­vato a carat­te­riz­zarsi come «attrat­tori» di nuove idee e di ingenti inve­sti­menti. In Ita­lia esi­stono Poli alta­mente scien­ti­fici in grado di raf­for­zare l’idea dalla culla alla tomba: nel caso delle start up signi­fica supe­rare la soglia sim­bo­lica dei 36 mesi di incu­ba­zione. Uno di que­sti è il Polo tec­no­lo­gico di Navac­chio a Pisa, uno degli esempi di mag­gior suc­cesso per le part­ner­ship nell’ambito dell’Ict dell’elettronica, della robo­tica e dell’informatica. Rap­pre­senta l’anello della catena pro­dut­tiva che mette in rela­zione le solu­zioni pro­po­ste da stu­denti e ricer­ca­tori e i biso­gni delle cosid­detta «eco­no­mia della conoscenza».
Secondo una reto­rica dif­fusa, il web 3.0 con­sente alle imprese di poter destrut­tu­rare il vec­chio con­cetto for­di­sta, per cui non si passa più dalla pro­du­zione al con­su­ma­tore, ma sta­bi­li­sce una inte­rat­ti­vità in tempo reale tra pro­du­zione e con­sumo. Sem­pre secondo que­sta reto­rica, gra­zie alle tra­sfor­ma­zioni tec­no­lo­gi­che, è pos­si­bile defi­nire un nuovo modello di svi­luppo soste­ni­bile, che pone la cono­scenza al cen­tro di que­sto rapporto.
Que­sto è d’altronde l’obiettivo di spin off uni­ver­si­tari di suc­cesso come il Poli­tec­nico di Torino e il suo I3P spe­cia­liz­zata per la pro­du­zione e la pro­get­ta­zione di stru­menti dia­gno­stici e per la som­mi­ni­stra­zioni di far­maci. Insieme a Ita­lia­Camp e Tech­Ga­rage ban­di­scono la «Star­tup Revo­lu­tion Road» una com­pe­ti­zione di stra­te­gia inte­grata creata per incen­ti­vare nuove idee di carat­tere scien­ti­fico, dell’ICT, della clean­tech, del med­tech e della «social inno­va­tion», soprat­tutto basate su pro­getti digi­tali sem­pre più richie­sti dalle aziende e ido­nee per un per­fetto dia­logo tra con­su­ma­tore e produttore.
Nell’Emilia Roma­gna un con­tri­buto molto impor­tante per la rea­liz­za­zione di spi­noff uni­ver­si­tari è rive­stito da Alma­Cube, un’incubatore di star­tup pro­mosso dall’Università di Bolo­gna e l’Associazione degli indu­striali di Bolo­gna, foca­liz­za­tosi nel set­tore biomediaco-odontoiatrico.
A Por­de­none il Polo Tec­no­lo­gico Andrea Gal­vani è un sim­bolo di inte­gra­zione con la Regione Friuli Vene­zia Giu­lia gra­zie a finan­zia­menti di 6,5 milioni di euro si pone l’obiettivo di rea­liz­zare i pro­getti in diversi set­tori, bio­tec­no­lo­gico, agroa­li­men­tare, domo­tica e per l’ambiente.
Nel Lazio invece la part­ner­ship tra l’Università Luiss Guido Carli e l’incubatore L-Venture Group ha dato vita a EnLabs Ven­ture, una ven­ture capi­tal che dal 2013 mira a rilan­ciare star­tup digi­tali attra­verso un pro­gramma di sup­porto di circa 5 mesi, velo­ciz­zando così i tempi di pro­du­zione, for­ni­sce ai nuovi impren­di­tori una serie di ser­vizi cor­re­lati al piano azien­dale e di marketing.
Le scom­messe europee
È noto che la stra­te­gia «Europa 2020» pro­mossa dall’Unione euro­pea mira all’incremento del tasso di occu­pa­zione in Europa, attra­verso faci­li­ta­zioni finan­zia­rie e legi­sla­tive, in cin­que grandi aree: occu­pa­zione, istru­zione, ricerca-sviluppo e ambiente e ener­gia. Diverse misure sono state intro­dotte all’interno degli Stati mem­bri — all’Italia viene chie­sto di inter­ve­nire indi­vi­duando gli assi e i pro­grammi di svi­luppo al fine di otti­miz­zare l’efficienza del paese e soprat­tutto quello delle sue risorse. Nelle discus­sioni comu­ni­ta­rie, le prin­ci­pali cause che hanno por­tato a vero e pro­prio col­lasso dell’Italia sono dovute a bolle immo­bi­liari, squi­li­bri finan­ziari, scarsa fidu­cia nelle isti­tu­zioni da parte di tutta la filiera impren­di­to­riale, altis­simo tasso di cor­ru­zione, abuso indi­scusso e sfre­nato delle risorse ambien­tali. Ele­menti, tut­ta­via, che non sono alieni in altri paesi europei.
La rispo­sta a que­sta ten­denza spinge gli Stati mem­bri dell’Unione Euro­pea a inco­min­ciare a cam­biare la linea di pen­siero, al fine di com­pren­dere che alcune solu­zioni pos­sono essere sup­por­tate dal basso e che le tra­sfor­ma­zioni tec­no­lo­gi­che e scien­ti­fi­che stanno por­tando a uno stra­vol­gi­mento del con­cetto stesso di lavoro. Da qui l’invito a una coo­pe­ra­zione tra pub­blico e pri­vato per finan­ziare l’innovazione tec­no­lo­gica. Le forme deli­neate sono quelle dell’«equity» e del capi­tale di rischio. Quest’ultima è una delle solu­zioni più adot­tate nel mondo per­ché in que­sto modo a bene­fi­ciarne sono le imprese; lo Stato e il set­tore pub­blico gra­dual­mente escono dal pro­cesso deci­sio­nale, men­tre il pri­vato accom­pa­gna l’impresa nel suo corso di vita, fino anche a fusioni, ven­dite o quo­ta­zioni in mer­cati più grandi.

Fonte: il manifesto

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