La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 1 settembre 2015

L'innovazione, da sogno a incubo

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di BenOld
Poche sono le parole che rie­scono a pla­smare l’immaginario col­let­tivo. Una di que­ste è sicu­ra­mente è start up. Viene usata per indi­care quelle imprese che nate da una costola di una grande impresa o da una uni­ver­sità hanno il gusto dell’innovazione. Il sogno è quello di svi­lup­pare una appli­ca­zione che con­qui­sta un mer­cato emer­gente, arric­chendo i suoi protagonisti.
Più tri­vial­mente, negli ultimi tempi, è indi­cata come la rotta per uscire dalla tem­pe­sta della disoc­cu­pa­zione di massa, rin­viando a un indi­stinto futuro l’arricchimento. Le start up sono quell’«isola che non c’è» dove diri­gersi, occul­tando così il fatto che il capi­ta­li­smo con­tem­po­ra­neo è basato sulla jobless gro­wth, cioè sulla cre­scita eco­no­mica senza aumento dell’occupazione.

A smon­tare que­sta favola ci hanno pro­vato in molti eco­no­mi­sti. Ultima è Mariana Maz­zuc­cato, che ha scritto ben due libri per segna­lare il fatto che l’innovazione tec­no­lo­gica e la sua dif­fu­sione tra le imprese non è cosa di spe­ri­co­lati capi­ta­li­sti di ven­tura, ma degli inve­sti­menti in ricerca e in for­ma­zione degli abor­riti Stati nazio­nali. Il ven­ture capi­tal inter­viene, infatti, sem­pre a poste­riori, cioè nella sua fase di tra­sfor­ma­zione di una idea in pro­dotto. Ma senza gli inve­sti­menti pub­blici dif­fi­cil­mente l’innovazione vedrebbe la luce.
Chi denun­cia il carat­tere paras­si­ta­rio del capi­tale di ven­tura non è una eco­no­mi­sta radi­cal. Basta infatti cono­scere i flussi di inno­va­zione, indi­vi­duando nel finan­zia­mento pub­blico l’humus per poter pro­durre inno­va­zione di pro­dotto e di pro­cesso. Die­tro la reto­rica sulle start up c’è solo la misera e inven­tata figura, cara al pen­siero neo­li­be­ri­sta, di quell’individuo pro­prie­ta­rio che tratte le cono­scenze acqui­site in capi­tale umano prima e intel­let­tuale poi. Una figura pro­me­teica che può essere chia­mata in molti modi (ulti­ma­mente il ter­mine ricor­rente è makers) . In ogni caso è un sin­golo che, assieme a pochi soli­dali omo­lo­ghi, ha la capa­cità di ricom­bi­nare cono­scenza acqui­site e ete­ro­ge­nee tra di esse al fine di met­tere a fuoco una app o un pro­dotto che suc­ces­si­va­mente può essere messo in pro­du­zione. È in que­sta fase che i ven­ture capi­ta­list inter­ven­gono per finan­ziare la pro­du­zione di prototipi.
Lo star­tup­pers è dun­que il gio­vane, o l’«esubero» cac­ciato da un’impresa, che diventa impren­di­tore di se stesso. Poco importa se i red­diti dei sin­goli sono poco sopra la soglia della povertà, né che la pra­tica dell’autosfruttamento è la regola domi­nante. Più che l’«isola che non c’è», le start up sono dun­que un dispo­si­tivo fina­liz­zato all’addestramento della pre­ca­rietà, dove le imprese si appro­priano dell’innovazione pro­dotta dalla cono­scenza comune. Una favola, quindi, con ben pochi «lieto fine».

Fonte: il manifesto

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